BATTAGLIA DI
ISOLA DELLA SCALA
Settembre 1509
Il prode Baiardo sfida la Serenissima
IL CONTESTO STORICO
Episodio minore svoltosi nell’ambito delle attività belliche della prima fase della Guerra di Cambrai, la battaglia di Isola della Scala è famosa principalmente per la presenza del “prode dei prodi” cavaliere francese Pierre Terrail de Bayard detto Baiardo, alla gloria del quale si aggiunge nella circostanza la cattura di un personaggio di una certa rilevanza: Giampaolo Manfrone detto il Fortebraccio, capitano d’arme al soldo dei veneziani.
La località di Isola della Scala, a metà strada fra Verona e Mantova.
Mentre fra luglio e settembre del 1509 si sviluppa la vicenda della Presa di Padova da parte dei veneziani comandati dal Pitigliano e dal successivo assedio di questa città, poi fallito, da parte delle truppe tedesche e francesi comandate dall’imperatore Massimiliano I, un contingente franco imperiale comandato dal Baiardo ne affronta uno veneziano analogo comandato da Manfrone. Le forze a disposizione di Baiardo consistono in 100 cavalieri e 2000 lanzichenecchi; i veneziani assommano 200 cavalieri e 2000 fanti. I veneziani vengono sconfitti e subiscono gravissime perdite e lo stesso Fortebraccio viene catturato.
Le collezioni del Museo del Castello Sforzesco ospitano l’unico manufatto artistico dedicato a questo episodio. Si tratta di una formella marmorea in altorilievo di Agostino Busti detto il Bambaia che la realizzò nel corso del primo terzo del XVI secolo.
Agostino Busti detto il Bambaia, Battaglia di Isola della Scala, particolare, Museo del Castello Sforzesco, Milano
Intuendo la potenzialità narrativa dell’episodio appena citato un collezionista, appassionato di cose venete e fan del Baiardo, mi ha chiesto di riprodurre la cattura di Fortebraccio da parte del cavaliere francese nel corso della battaglia di Isola della Scala. Piove sul bagnato, si dice in casi come questo! Da tempo ormai il mio interesse modellistico si sta portando in avanti rispetto al classico Medioevo. Le prime decadi del Cinquecento rappresentano un momento di svolta in cui l’evolvere della prassi guerresca si riflette in modo totalizzante sull’abbigliamento dei combattenti. Molti sono gli elementi che, in tale ambito, prendono le mosse o si consolidano in quegli anni.
Paolo Barlow, Statua del cavaliere di Bayard, 1893, Sainte-Anne-d’Auray, Francia.
Si accentua l’identificabilità per nazione (un fante italiano è ben riconoscibile rispetto a un lanzichenecco), prende vie diverse l’armamento e l’abbigliamento di un combattente a cavallo, magari nobile, rispetto a quello di uno schioppettiere o un picchiere. La pervasività dell’araldica classica sui campi di battaglia si dirada fino quasi a scomparire o defluire nell’apparato simboleggiante delle livree e delle imprese.
Lo studio dell’evoluzione delle tematiche appena citate è materia complessa, affascinante e poco sviluppata in campo modellistico e io mi ci sto avvicinando con grande interesse. Mettere a punto un elaborato dedicato alla battaglia di Isola della Scala mi ha imposto un forte approfondimento di tali tematiche.
Si è trattato in primo luogo di immaginare come plausibilmente potesse essere avvenuta la cattura del Fortebraccio da parte di Baiardo. Va detto che spesso nella narrazione dei fatti relativi ad epoche come il Medioevo ed il Rinascimento dire che tizio ha catturato caio è poco più di una figura retorica. Le catture importanti venivano accreditate di regola ai capi anche se questi non le avevano compiute fisicamente: agli esecutori materiali andava un premio, quando andava bene; ai comandanti toccava gloria e riscatto. Detto questo sono sempre stato dell’idea che un po’ di enfatizzazione narrativa nella restituzione modellistica non guasta. In fondo cosa sono spesso le nostre scenette, ma anche i pezzi singoli, se non dei piccoli monumenti colorati!? La narrativa, il cinema, tutto tende alla valorizzazione del personaggio per cui ho deciso che il catturatore del Manfrone doveva esse Baiardo “personalmente di persona”: Montalbano docet…
Se l’interazione fra i due protagonisti era l’elemento narrativo principale si trattava ora di decidere come sviluppare la composizione e contestualizzarne l’azione rappresentata.
Per prima cosa ho deciso che il cavallo di Fortebraccio fosse caduto (non in caduta bensì già caduto) così che il personaggio potesse assumere un palese atteggiamento di resa; il gesto imperioso di Baiardo è lì a sottolinearne il significato.
Chi se non uno schioppetto avrebbe potuto abbattere il cavallo di Fortebraccio? Accolta l’idea si è reso necessario dilatare le dimensioni della composizione (brutto un tiro a bruciapelo) per cui lo spazio che si è venuto a creare ha permesso l’aggiunta di altri personaggi appiedati, ottima occasione per sperimentare la costruzione dei fanti veneziani, quelli di Fortebraccio, e i lanzi di Baiardo. Detto che a questo punto la scena avrebbe potuto dilatarsi ulteriormente mi sono fermato ritenendo che la composizione dell’elaborato fosse buona ed i contenuti restitutivi sufficienti.
Ignoto, Pierre Terrail de Bayard, c. 1525.
PIERRE DE TERRAIL DE BAYARD DETTO BAIARDO
Definito come già accennato “il cavaliere senza macchia e senza paura” Pierre, signore di Bayard è il più importante capitano di guerra francese del primo scorcio del Cinquecento impegnato sempre in posizioni apicali nelle più importanti battaglie dell’epoca e specialmente quelle delle prime fasi delle Guerre d’Italia: Fornovo, Garigliano, Agnadello, Ravenna, Guinegatte, Marignano.
Baiardo muore il 30 aprile del 1524 per un colpo di archibugio subito durante la battaglia di Romagnano.
La Battaglia d’Agnadello (14 maggio 1509). Si tratta di una delle imprese più significative della carriera militare di Baiardo. (Opera di Pierre-Jules Jollivet, 1837, Palazzo di Versailles, Francia).
Baiardo al ponte di Garigliano (29 dicembre 1503). Una delle giornate più importanti della prima fase delle Guerre d’Italia. (Opera di H. F. E. Philippoteaux, 1840, Palazzo di Versailles, Francia).
Il modello lo ripropone armato, equipaggiato e montato come un tipico gendarme francese di primo Cinquecento. Il termine “gendarme” sta a significare un cavaliere armato ed equipaggiato pesantemente, cioè gents d’armes che può significare tanto “uomo d’Arme” inteso come atto alle armi oppure anche come munito di “arme” da intendersi come stemma e dunque nobile. Quella che il personaggio indossa è un’armatura alla francese, che di poco si differisce da quelle alla lombarda. Essa è caratterizzata dal superamento di alcuni elementi caratterizzanti le armature quattrocentesche ed in particolare lombarde quali le forti asimmetrie nelle protezioni delle braccia, dalla riduzione delle dimensioni complessive delle cubitiere e dalla presenza di importanti guardagoletta che, fissati agli spallacci, si alzano sia a destra che a sinistra. Per la testa sia ha un elmetto da cavallo in forme cinquecentesche già evolute nonché, come vuole l’uso dell’epoca, guarnito da un voluminoso piumaggio. Tutto si completa con la grande tessile in forma di falda pieghettata ad ampi cannoni che entra in uso proprio agli inizi del Cinquecento e che rimarrà diffusissima in Europa fino a tutti gli anni 40 del secolo.
Armatura detta “de Bayard”. Conservata presso il Musée de l’Armée di Parigi. Questa armatura è nello stile tipico dei primi anni del Cinquecento. Si osservi in particolare l’asimmetria non esasperata degli spallacci muniti però di ampi guardagolette. Nell’elmo la linea delle fessure oculari che assume la forma di un’ampia “V” arrovesciata è tipica di questo stile.
La struttura e gli elementi decorativi della barda (armatura) del cavallo si ispirano fortemente all’arazzo dedicato alle storie di Davide e Betsabea realizzato in Fiandra più o meno all’epoca di Isola sella Scala e conservato presso il Museo degli Eremitani di Padova. Un sistema di piastre metalliche forma un’armatura completa dell’animale il tutto arricchito da una copertura finemente decorata.
Arazzo di manifattura bruxellese conservato presso il Museo degli Eremitani di Padova databile alla prima decade del XVI secolo, fonte primaria per la realizzazione della bardatura del cavallo de mio Baiardo. Si tratta di una struttura in piastra metallica rivestita da un tessile o un corame decorato.
Nell’immagine, oltre alla struttura e alla decorazione della barda del cavallo, sono in evidenza il martello d’arme, l’organizzazione dell’armatura di braccio e la scarpa di lame a “zampa d’orso”.
Stemma della famiglia du Terrail de Bayard).
Stemma di Baiardo sulla parte anteriore della barda del modello).
Dello scledense Giampaolo Manfrone non si sa tantissimo. Nato appunto a Schio nel 1441 e appartenente a una famiglia di soldati di ventura Giampaolo detto “Fortebraccio” opera in prevalenza al soldo di Venezia ed ha nella cattura a Isola della Scala ad opera del più famoso collega Baiardo il suo momento di massima notorietà. Cionondimeno la sua città natale lo celebra in un busto ottocentesco in terracotta posto a decorare la facciata del teatro comunale.
Busto in terracotta di Gianpaolo Manfrone detto il Fortebraccio, Teatro comunale, Schio.
Al pari del sire di Bayard cade in battaglia nel 1527 raggiunto anch’egli da una palla d’archibugio. Morto Fortebraccio la Serenissima assegnerà il comando delle sue truppe al suo giovanissimo omonimo nipote.
Nel tessile rosso e nero indossato sopra l’armatura il modello raffigurante Fortebraccio si ispira al san Giorgio dipinto da Albrecht Durer e che costituisce il pannello sinistro dell’altare Paumgartner conservato presso l’Alte Pinakothek di Monaco di Baviera e datata ai primi del Cinquecento.
I santi Giorgio e Eustachio, particolari dell’Altare Paumgartner, opera di A. Durer datata attorno al 1503. Alte Pinakothek, Monaco di Baviera, Germania.
L’immagine evidenzia il surcotto rosso e nero copri armatura alla tedesca, lo schiniere all’italiana e la bardatura del cavallo ispirata a quella del san Vitale del Carpaccio.
Stemmi della casata Manfrone di cui il fasciato ondato d’argento e d’azzurro è quello originario.
La protezione delle gambe consiste nei così detti schinieri all’italiana. L’equipaggiamento del cavallo si rifà al bellissimo san Vitale di Vittore Carpaccio che si trova nella chiesa di San Vidal a Venezia.
Vittore Carpaccio, Gloria di San Vitale, 1514, Chiesa di San Vidal, Venezia.
Per i fanti veneziani ho utilizzato come fonte documentaria gli armati raffigurati nei teleri dedicati alla Leggenda di Sant’Orsola dipinti da Vittore Carpaccio conservati presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia, non disdegnando un occhio al lavoro olivetano del Sodoma, di poco posteriore al ciclo pittorico di Vittore.
Vittore Carpaccio, Storie di Sant’Orsola; arrivo dei pellegrini, particolare, 1490-1495, Gallerie dell’Accademia, Venezia.
Vittore Carpaccio, Storie di Sant’Orsola; martirio dei pellegrini, particolare, 1490-1495, Gallerie dell’Accademia, Venezia.
Sodoma, Vita di San Benedetto; Benedetto riceve Mauro e Placido, particolare, 1505-1508, Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, Asciano (Si).
Particolare dei fanti veneziani.
Gli elementi caratterizzanti delle fanterie italiane e nella fattispecie veneziane delle prime decadi del Cinquecento sono il taglio molto attillato degli abiti, le brache multicolori (tutti gli artisti dell’epoca le raffigurano), lo scudo ovale, la cervelliera (spesso raffigurata da Carpaccio) e l’abitudine di utilizzare protezioni metalliche alle gambe, i così detti schinieri all’italiana. La bandiera si rifà a un documento iconografico dove al classico leone di Venezia si accompagna lo stemma di un capitano di armati, in questo caso dei Manfrone di Schio.
Lo scudo porta la versione semplificata del leone di san Marco nello stile dell’epoca.
I fanti tedeschi che appaiono nella composizione sono tipici lanzichenecchi (landsknecht = servo della terra) di prima epoca. Infatti le fonti iconografiche testimoniano come l’aspetto di questi famosi combattenti, fra i maggiori protagonisti delle guerre del Rinascimento, avessero nel corso delle decadi a cavallo fra Tre e Quattrocento un aspetto diverso da quello che si sarebbe affermato successivamente fatto di panni abbondanti e multicolori per i quali si è soliti riconoscerli.
Albrecht Durer, Lanzichenecchi e cavaliere orientale, 1496.
Bernhard Strigel, Martirio di San Sebastiano, particolare, c. 1500, Memmingen, Germania.
Mi ha soccorso nella circostanza lo studio accurato e esauriente che compare nel libro di Ulrich Lehnard intitolato Kleidung & Waffen, der Durerzeit, 1, 1480 – 1530, penultimo uscito della sua ottima collana. Protezioni metalliche sono raramente presenti nelle raffigurazioni di fanterie tedesche di fine Quattrocento e primo Cinquecento.
Abiti indossati dalle fanterie tedesche fra 1490 e il 1510. Tavola tratta dal libro di Ulrich Lehnart, Kleidung und Waffen der Durerzeit, 1480-1530, band 1.
Da tale studio emerge come, analogamente alle fanterie italiche, anche quelle tedesche dell’epoca adottassero indumenti attillati caratterizzati da scansioni geometriche multicolori e copricapi più contenuti rispetto a quelli che sarebbero venuti in uso di lì a poco, pur sempre abbelliti da ricchi piumaggi.
Si impone comunque l’elemento che accomuna l’aspetto esteriore delle due fanterie a confronto, permeato da quello che definirei una sorta di “machismo frivolo” fatto di braghe attillatissime, casacche sotto misura, sboffi, stringhe e piume il tutto in un vivace trionfo di colori!
Fanti tedeschi appartenenti all’esercito franco imperiale nei costumi documentati dall’iconografia coeva.
Lo schioppettiere si protegge con una cervelliera sagomata e con un petto d’armatura di forme tardo quattrocentesche abbinato a scarselloni più moderni. Per concludere si osservi come l’arma da fuoco portativa sia ancora nella fase iniziale del suo percorso evolutivo.
Armi da fuoco portative del XV secolo e degli inizi del XVI.
AA. VV. Le Musée de l’Armée. Armes et armures anciennes, 2006.
E. Baldini, N. Cani, P. Compagni, Pasqua di sangue. La battaglia di Ravenna, Ravenna, 2012.
L. G. Boccia, Armi e Armature Lombarde, Milano, 1980.
L. G. Boccia (a cura di), Armi difensive dal medioevo all’età moderna, Firenze, 1982.
G. De Berville, Histoire de Pierre de Terrail, dit le Chevalier Bayard, sans peur et sans reproche, 2018.
G. B. Di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, vol. 2, Bologna, 1986.
F. Donvito, L.S. Cristini, La battaglia dei giganti. Marignano 13 e 14 settembre 1515, Brescia, 2012.
L. e F. Funcken, Le Costume, l’armure et les armes au temps de la chevalerie, voll. 1 e 2, 1977.
U. Lehnart, Kleidung und Waffen, der Durerzeit 1480 – 1530, vol 1, Berlino, 2021.
S. Mc Lachlan, Medieval Handgonnes. The first black powder infantry weapons, Oxford, 2010.
M. Pellegrini, Le guerre d’Italia, 1494-1559, Bologna, 2009.
P. Pieri, Il Rinascimento e la crisi militare italiana, Torino, 1952.
M. Predonzani, V. Alberici, The Italian Wars, vol. 1, Warwick , 2018.
“ “ The Italian Wars, vol. 2, Warwick, 2021.
J. Richards, Landsknecht Soldier, Oxford, 2002.
S. Turnbull, The Art of Renaissance Warfare, Londra, 2006.